Recensione

Recensione di An Indigenous Peoples' History of the United States

Una recensione critica della rilettura della storia degli Stati Uniti proposta da Roxanne Dunbar-Ortiz attraverso la sopravvivenza e la resistenza indigene e il colonialismo d'insediamento.

Autore
Roxanne Dunbar-Ortiz
Prima pubblicazione
2014
Cover image for An Indigenous Peoples' History of the United States
Cover image served by Open Library; edition artwork may differ from the reviewed text.
Vedi fonte https://openlibrary.org/works/OL17640485W

La storia come contesa sulla memoria nazionale | recensione An Indigenous Peoples' History of the United States

Questa recensione di An Indigenous Peoples' History of the United States prende le mosse dalla scelta decisiva del libro: Roxanne Dunbar-Ortiz non aggiunge le esperienze indigene a una narrazione nazionale che, per il resto, resta intatta. Ne cambia il principio ordinatore. Espansione, insediamento, guerra e formazione dello Stato vengono esaminati dal punto di vista dei popoli le cui terre furono prese di mira e la cui resistenza non è mai scomparsa, nemmeno quando le storiografie convenzionali l'hanno relegata ai margini. Il risultato non è un capitolo supplementare sui nativi americani. È la tesi secondo cui non si può comprendere la storia degli Stati Uniti senza assegnare un ruolo centrale al colonialismo d'insediamento.

Questa distinzione conferisce al libro la sua forza intellettuale. Una narrazione nazionale consueta procede spesso dall'arrivo degli europei all'indipendenza, alla crescita continentale, alla potenza industriale e alla formazione dello Stato moderno, trattando l'espropriazione indigena come uno dei fili tragici di un più ampio racconto del progresso. Dunbar-Ortiz rovescia l'accento. Si chiede quale aspetto assuma la stessa cronologia quando la sottrazione delle terre, le deportazioni forzate, la guerra, le violazioni dei trattati e la resistenza indigena vengono considerate elementi strutturali anziché accidentali. Nel suo quadro interpretativo, il linguaggio di una frontiera in avanzamento non descrive uno spazio vuoto che diventa produttivo. Descrive la pressione politica e militare esercitata su territori ancestrali già abitati.

Il giudizio complessivo è dunque molto positivo, ma non privo di riserve. Si tratta di un'opera convincente di reinterpretazione storica, soprattutto per i lettori che hanno ereditato un racconto lineare o celebrativo dell'espansione statunitense. La sua chiarezza può cambiare le domande con cui quei lettori si accostano ad altri libri. L'ampiezza della trattazione, però, comporta anche una certa compressione. Nessun singolo volume che abbracci secoli di storia può rappresentare con pari profondità la diversità politica, le esperienze locali e i dibattiti interni di molte nazioni indigene distinte. Il libro funziona al meglio come un potente riorientamento e una via d'accesso a ulteriori studi, non come l'ultimo libro necessario sull'argomento.

Che tipo di storia scrive Dunbar-Ortiz?

Il libro è una storia di sintesi costruita intorno a una tesi coerente. Percorre più di quattro secoli, ma la cronologia non è la sua unica struttura portante. La successione dei capitoli — dalla vita indigena e dallo sviluppo di una cultura della conquista, passando per l'espansione degli Stati Uniti, la costruzione dell'«Indian Country» e la politica coloniale in tempo di pace, fino alla dottrina della scoperta — dà forma a un'argomentazione progressiva sulla continuità. Politiche ed episodi che in una rassegna convenzionale potrebbero apparire isolati vengono ricondotti a un conflitto ricorrente sul territorio, sulla sovranità e sulla legittimità della conquista.

Questo metodo ha una conseguenza importante sull'esperienza di lettura. Dunbar-Ortiz non cerca di apparire distaccata dalla portata morale del suo tema. Il suo linguaggio è diretto perché il libro intende contestare un racconto consolidato, non limitarsi a disporre i fatti intorno a un centro neutrale. I lettori non devono aspettarsi né una storia enciclopedica di ogni nazione indigena né una rassegna che conceda lo stesso spazio a tutte le posizioni storiografiche. Devono aspettarsi un'opera che individua una struttura dominante e la segue nelle sue forme militari, giuridiche, culturali e politiche.

Questo rende il libro più simile a un intervento sulla memoria nazionale che a un manuale generale. La distinzione conta, perché altrimenti il lettore rischia di fraintenderne lo scopo. Se giudicato soltanto secondo i criteri dell'esaustività, il libro apparirà selettivo. Se giudicato come correttivo a quelle storie che fanno apparire naturale l'insediamento e riducono i popoli nativi a un prologo, la selezione diventa parte del progetto. La domanda critica pertinente non è se l'autrice abbia selezionato le prove — ogni sintesi lo fa — ma se il suo quadro riveli relazioni che una narrazione meno conflittuale lascia nell'ombra. Spesso è così.

Come il libro rilegge conquista, espansione e resistenza

Una delle mosse più efficaci del libro consiste nel mettere in discussione l'apparente innocenza del lessico nazionale. Termini come insediamento, frontiera, scoperta ed espansione possono far sembrare impersonale il cambiamento storico, come se le popolazioni si spostassero nello spazio geografico secondo un processo naturale. Dunbar-Ortiz insiste invece sui soggetti politici e sulle conseguenze materiali. La terra era abitata, rivendicata, coltivata, difesa e compresa attraverso sistemi di relazioni che non persero la loro importanza solo perché le potenze colonizzatrici rifiutarono di riconoscerli. L'espansione comportò quindi politiche pubbliche, forza, ideologia e tentativi organizzati di rimuovere gli ostacoli al controllo territoriale.

L'argomentazione mantiene inoltre i popoli indigeni nel ruolo di protagonisti della storia. Non compaiono soltanto come vittime che entrano nel racconto quando lo Stato agisce su di loro. Resistenza, adattamento, sopravvivenza, continuità politica e opposizione intellettuale restano visibili in tutto il libro. È un punto cruciale. Una storia che intenda correggere una cancellazione può riprodurre una distorsione diversa se rappresenta le comunità indigene soltanto attraverso la sofferenza. L'accento posto da Dunbar-Ortiz sulla resistenza impedisce alla conquista di trasformarsi in un racconto in cui il potere coloniale detiene ogni capacità d'azione.

Al tempo stesso, il libro collega il conflitto armato alla cultura e alla memoria pubblica. Le campagne militari e le deportazioni non vengono trattate separatamente dalle storie che una nazione racconta su se stessa. Le idee di provvidenza, civiltà, natura selvaggia, eroismo e progresso inevitabile contribuiscono a far apparire ragionevoli o inevitabili le politiche coercitive. Il libro è particolarmente utile quando mostra che il mito non è un elemento ornamentale sovrapposto alla storia a posteriori. Il mito può predisporre l'opinione pubblica a interpretare l'espropriazione come sviluppo e la resistenza come disordine.

È qui che l'opera va oltre un elenco di fatti corretti. Il suo tema più profondo è la produzione della legittimità. Chi ha il diritto di definire il possesso legittimo? L'organizzazione politica di chi viene riconosciuta come sovranità? Quale violenza viene ricordata come difesa e quale viene classificata come ostacolo al progresso? Mantenendo aperte queste domande lungo tutto il suo arco cronologico, il libro insegna una forma di attenzione storica applicabile anche ad altri contesti.

I principali punti di forza del libro

Il primo punto di forza è la chiarezza strutturale. Dunbar-Ortiz offre ai lettori un quadro interpretativo che possono comprendere, mettere alla prova e portare con sé nelle letture successive. Questo quadro collega l'acquisizione territoriale alle istituzioni, alle pratiche militari, al diritto e alla cultura, senza fingere che la conquista sia confinata a un remoto inizio coloniale. Tale continuità è l'affermazione più audace del libro, e la struttura dei capitoli le conferisce un peso crescente.

Il secondo punto di forza è il rifiuto della scomparsa. In molte storie generali degli Stati Uniti, i popoli indigeni sono più visibili durante i primi incontri e i conflitti del XIX secolo, per poi recedere man mano che la narrazione si avvicina all'epoca moderna. Qui la sopravvivenza non è un epilogo. La persistenza delle nazioni indigene, delle loro rivendicazioni, dei movimenti politici e dell'interpretazione storica mette in discussione l'idea che la vittoria dei coloni abbia concluso la storia. La pressione morale esercitata dal libro dipende da questa presenza: il passato resta conteso perché i popoli che ne hanno subito le conseguenze sono ancora presenti.

In terzo luogo, il libro è accessibile senza essere timido sul piano concettuale. Il «colonialismo d'insediamento» può diventare un'etichetta astratta quando viene separato dai meccanismi storici. Dunbar-Ortiz radica il concetto nelle questioni ricorrenti della terra, della forza, del governo, della deportazione e della rappresentazione. I lettori non specialisti non hanno bisogno di una preparazione specifica per seguire la linea principale dell'argomentazione, ma la chiarezza non rende semplici le sue implicazioni. Il libro chiede di riconsiderare i presupposti incorporati nei consueti racconti della crescita nazionale.

Infine, l'opera possiede uno straordinario valore comparativo. Una volta compreso il suo quadro interpretativo, diventa più facile interrogare altre ricostruzioni storiche. Il lettore comincia a notare se la sovranità indigena sia trattata come una realtà politica, se il territorio venga descritto come disponibile, se la prosa presenti la violenza in forma attiva o passiva e se lo sviluppo nazionale sia assunto come spiegazione di se stesso. Anche il dissenso rispetto a Dunbar-Ortiz può diventare produttivo quando obbliga a porre tali domande.

Riserve: la compressione, l'accento argomentativo e la necessità di proseguire le letture

La riserva principale deriva direttamente dall'ambizione del libro. Una storia continentale che attraversa i secoli deve necessariamente comprimere. L'espressione «popoli indigeni» designa un insieme vastissimo di nazioni, ciascuna con lingue, governi, economie, tradizioni diplomatiche, rapporti con il territorio ed esperienze della colonizzazione distinti. Una sintesi strutturale può mostrare schemi ricorrenti nel tempo, ma non può sostituire storie scritte sulla scala di una particolare nazione, di un trattato, di una regione o di un movimento politico. I lettori dovrebbero evitare di trasformare un libro che si oppone a una storia nazionale omogeneizzante in un nuovo compendio universale.

Una seconda riserva riguarda la concentrazione dell'argomentazione. Poiché il libro è concepito come un correttivo, ritorna con insistenza sulla conquista, sull'eliminazione e sulle ideologie che le hanno giustificate. Tale concentrazione produce coerenza, ma può anche far sembrare che periodi diversi siano governati da un'unica logica immutabile. Il quadro risulta più convincente quando viene usato per individuare le continuità senza cancellare i cambiamenti nel diritto, nelle strategie, nelle coalizioni politiche o nelle risposte indigene. I lettori interessati a confronti più approfonditi tra gli storici avranno bisogno di opere complementari, basate su archivi più circoscritti e capaci di lasciare maggiore spazio alle spiegazioni concorrenti.

La prosa può inoltre mettere alla prova i lettori che identificano l'imparzialità con la neutralità emotiva. Dunbar-Ortiz non nasconde il giudizio del libro sulla violenza del colonialismo d'insediamento. Questa franchezza non è di per sé un difetto: un'argomentazione trasparente può essere più facile da valutare rispetto a una narrazione i cui valori rimangono impliciti. I lettori dovrebbero comunque verificare le tesi del libro, anziché trattare l'urgenza morale come un sostituto dell'indagine. La risposta migliore non è né l'adesione automatica né il rifiuto difensivo, bensì un confronto attento con le prove e con le storie che operano su scale diverse.

Infine, le edizioni contano. L'opera originale è stata pubblicata nel 2014, mentre un'edizione per il decimo anniversario aggiunge nuovi materiali introduttivi. Chi confronta diverse analisi del libro dovrebbe verificare quale edizione viene descritta. L'argomentazione storica centrale resta il motivo principale per leggerlo, ma introduzioni e materiali di contesto possono influenzare il modo in cui quella tesi entra in rapporto con un momento politico successivo.

I lettori ideali e il modo migliore di avvicinarsi al libro

È una scelta eccellente per chi conosce le linee generali della storia degli Stati Uniti, ma sospetta che la sequenza consueta abbia celato i propri presupposti. Si addice a chi studia la memoria pubblica, il colonialismo, la storia politica e la storiografia, nonché ai lettori comuni disposti a riconsiderare parole come insediamento e frontiera. I gruppi di lettura possono servirsene proficuamente, perché la tesi è abbastanza chiara da orientare la discussione, mentre l'ampiezza della trattazione offre numerosi spunti d'indagine.

È meno adatto come prima e unica introduzione alla storia dei popoli indigeni dell'America settentrionale. Un lettore che cerchi la storia culturale dettagliata di un particolare popolo, uno studio approfondito della storia diplomatica o un resoconto incentrato su una sola regione dovrebbe affiancargli un'opera più mirata. Non è nemmeno il libro giusto per chi desidera una rassegna nazionale tradizionalmente equilibrata, che proceda con lo stesso passo attraverso elezioni, istituzioni, sviluppo economico e affari esteri. Dunbar-Ortiz ha scelto un compito diverso.

La strategia di lettura più efficace procede per livelli. Per prima cosa, occorre individuare le tesi strutturali del libro. Poi conviene soffermarsi sugli episodi o sulle nazioni più rilevanti per i propri interessi e cercare studi più circoscritti. Infine, è utile confrontare il linguaggio impiegato da altre storie nazionali. Questo approccio rende giustizia alla forza correttiva del libro senza scambiare la sintesi per esaustività. Segue inoltre l'abitudine intellettuale incoraggiata dall'opera: esaminare non soltanto ciò che una storia include, ma anche le categorie che stabiliscono che cosa possa essere considerato centrale.

Contesto, confronti e alternative

Il confronto più immediato nel catalogo è con A People's History of the United States di Howard Zinn. Entrambi i libri contestano le narrazioni nazionali trionfalistiche e portano al centro le esperienze marginalizzate. La loro portata e i loro accenti, tuttavia, non sono identici. Zinn costruisce un'ampia storia del conflitto di classe, del dissenso, del lavoro, della razza, della guerra e della resistenza, mentre Dunbar-Ortiz assume come quadro dominante la sovranità indigena, la terra e il colonialismo d'insediamento. Leggerli insieme chiarisce la differenza tra una storia generale «dal basso» e una storia riorganizzata intorno alla struttura coloniale dello Stato.

The Frontier in American History offre un contrasto particolarmente rivelatore. La tesi della frontiera di Frederick Jackson Turner considera il movimento verso ovest una forza determinante per le istituzioni e l'identità americane. Dunbar-Ortiz invita i lettori a vedere come una simile cornice possa trasformare territori ancestrali abitati nel palcoscenico dello sviluppo nazionale. Il confronto è prezioso non perché una vecchia tesi possa semplicemente essere accantonata a favore di una nuova, ma perché dimostra come l'unità d'analisi modifichi il significato morale e storico. Ciò che da un'angolazione appare come adattamento istituzionale, da un'altra appare come espropriazione e resistenza.

Per un contrappunto più intimo, Life of Black Hawk, Ma-ka-tai-me-she-kia-kiak passa dalla sintesi continentale al racconto mediato di una vita indigena. La sua prospettiva più circoscritta rende visibile qualcosa che un'argomentazione ampia non può offrire pienamente: il peso della deportazione, del conflitto, della traduzione e dell'autorappresentazione pubblica all'interno di una singola voce storica. Leggere Black Hawk dopo Dunbar-Ortiz aiuta a impedire che i termini strutturali diventino astrazioni prive di vita; leggerlo prima può conferire peso personale e politico al quadro più ampio.

Questi confronti suggeriscono anche il posto appropriato del libro in un percorso di lettura. È uno snodo, non un punto d'arrivo. Può indirizzare i lettori verso storie dedicate alle singole nazioni, studi di autori indigeni, storia del diritto, storia ambientale, autobiografia e studi sulla memoria pubblica. Il suo maggiore successo potrebbe consistere nel far apparire ormai inadeguato trattare la storia indigena come un tema isolato.

Giudizio finale

An Indigenous Peoples' History of the United States è una reinterpretazione vigorosa, limpida e impegnativa del passato nazionale. Il suo risultato più importante non consiste semplicemente nel recuperare materiali trascurati. Il libro contesta il quadro che li ha fatti apparire secondari. Ponendo al centro la terra, la sovranità, la resistenza e la sopravvivenza indigene, Dunbar-Ortiz rende visibile la conquista come struttura persistente nella formazione degli Stati Uniti, anziché come episodio concluso prima che cominci la «vera» storia della nazione.

I limiti del libro sono reali. La sua enorme portata cronologica e geografica comprime le differenze, e la tesi su cui concentra l'attenzione deve essere verificata accanto a storie più circoscritte e a interpretazioni concorrenti. Questi limiti definiscono il modo in cui il libro dovrebbe essere usato; non ne annullano il valore. Nessuna sintesi responsabile in un solo volume può esaurire questa storia, e un libro concepito come correttivo non dovrebbe essere scambiato per un archivio esaustivo.

Letta con queste aspettative, l'opera rappresenta una sfida essenziale alle narrazioni nazionali ereditate. È particolarmente adatta ai lettori disposti a esaminare come il linguaggio storico distribuisca capacità d'azione, legittimità ed empatia, per poi continuare a leggere oltre la sintesi. Il libro non chiede una venerazione passiva. Chiede una forma di attenzione più difficile, nella quale i popoli indigeni non siano né predecessori scomparsi né figure secondarie, ma attori politici tuttora presenti al centro della storia.

Letture collegate

Continua lo scaffale