Recensione
Recensione di Contingency, Irony, and Solidarity
La provocatoria difesa di Rorty dell'autocreazione privata e della solidarietà pubblica convince soprattutto come vocabolario della speranza liberale, non come sua dimostrazione.
- Autore
- Richard Rorty
- Prima pubblicazione
- 1989
Vedi fonte
https://openlibrary.org/works/OL2018373WRecensione di Contingency, Irony, and Solidarity: speranza liberale senza fondamenti
Questa recensione di Contingency, Irony, and Solidarity parte dalla tensione più feconda del libro: Richard Rorty vuole che i lettori smettano di cercare un fondamento eterno per i propri valori e, al tempo stesso, continuino a opporsi con convinzione alla crudeltà. Non risolve la tensione nel senso filosofico tradizionale; cerca di renderla vivibile. Ne risulta un'opera che è in parte argomentazione, in parte manifesto culturale e in parte successione di incontri letterari. Il suo risultato principale consiste nel trasformare l'antifondazionalismo da teoria astratta della conoscenza in una domanda sul carattere: come si dovrebbe vivere quando si considerano il proprio linguaggio più profondo, le proprie lealtà e identità come conquiste storiche, anziché scoperte inscritte nella realtà?
La risposta di Rorty è l'ironista liberale: una persona che considera rivedibile il vocabolario con cui definisce se stessa, ma resta impegnata a ridurre l'umiliazione e la sofferenza. Questa figura conferisce al libro la sua insolita combinazione di scetticismo e speranza. Lo scetticismo prende di mira la pretesa che la filosofia possa scoprire un'essenza umana permanente o un vocabolario morale definitivo. La speranza si fonda sulla possibilità di ampliare la solidarietà attraverso nuove descrizioni di vite diverse dalla propria. Rorty sposta dunque l'attenzione morale dalla dimostrazione all'immaginazione, e dal sistema del filosofo alla capacità del romanziere di rendere visibile un dolore trascurato.
È una svolta audace, perché chiede alla politica liberale di sopravvivere dopo aver rinunciato a una forma consueta di rassicurazione filosofica. È anche il punto in cui il libro si espone maggiormente alle critiche. Se ogni vocabolario è contingente, perché privilegiare quello della libertà e della riduzione della crudeltà? La risposta più caratteristica di Rorty è pratica, non deduttiva: le società liberali non devono dimostrare che i propri impegni rispecchiano un ordine morale indipendente; devono mantenerli, perfezionarli ed estenderli. Chi cerca un fondamento inattaccabile troverà questa risposta evasiva. Chi è disposto a giudicare un vocabolario politico in base a ciò che aiuta le persone a vedere e a fare potrebbe invece trovarla liberatoria.
La contingenza cambia lo scopo della filosofia
La prima parte presenta linguaggio, identità personale e comunità come contingenti. Rorty non si limita ad affermare che a volte le persone usano le parole sbagliate o ereditano usanze fortuite. La sua tesi più forte è che nessun vocabolario giunge accompagnato da un certificato neutrale che ne attesti la capacità di cogliere le articolazioni definitive della realtà. Le lingue sono pratiche umane sviluppate nel tempo, e un nuovo vocabolario può modificare ciò che appare descrivibile, importante o possibile. Il cambiamento intellettuale, dunque, somiglia meno alla progressiva scoperta di uno schema già scritto e più all'invenzione di strumenti capaci di rendere possibili conversazioni diverse.
Questa posizione conta perché cambia il criterio con cui giudicare la scrittura filosofica. Invece di chiedersi se una teoria abbia raggiunto un punto di vista esterno alla storia, Rorty domanda che cosa una descrizione consenta alle persone di fare. La sua prospettiva trae energia dal pragmatismo e si estende alle discussioni sulla metafora, sulla psicologia e sul cambiamento culturale. Il libro trova una collocazione naturale in filosofia e psicologia, ma il suo raggio d'azione è più ampio rispetto a uno studio convenzionale della mente o del significato. Il suo oggetto è il modo in cui intere culture ridescrivono se stesse.
Il vantaggio di questo approccio è la sensibilità verso il nuovo. Una metafora che all'inizio sembra eccentrica può diventare letterale attraverso l'uso ripetuto e finire per riorganizzare il senso comune. Allo stesso modo, una persona può reinterpretare le circostanze ereditate anziché scoprire un nucleo nascosto, presente da sempre. L'enfasi di Rorty sulla ridescrizione attribuisce al linguaggio creativo un'importanza filosofica senza fingere che ogni nuova descrizione sia ugualmente utile.
La difficoltà è che la sua retorica può far sembrare i dissensi sulla verità più facili da dissolvere di quanto non siano. L'indagine scientifica, le prove storiche e le normali pratiche di correzione dipendono ancora dalla distinzione tra affermazioni migliori e peggiori. Rorty è più persuasivo quando argomenta contro il sogno di un vocabolario definitivo e indipendente dal contesto. Lo è meno se lo si interpreta come se dimostrasse che le domande sull'accuratezza della rappresentazione possano essere semplicemente sostituite dal confronto tra vocabolari. Un utile testo complementare è la recensione di Philosophy of Language, che affronta il rapporto tra parole, significato e mondo da una prospettiva filosofica più convenzionale.
L'ironista e i rischi dell'autocreazione privata
La seconda parte sviluppa la figura dell'ironista: qualcuno che continua a dubitare dell'adeguatezza delle parole con cui spiega se stesso. Questo dubbio non equivale all'indecisione su ogni questione pratica. È la consapevolezza che un altro percorso storico, un'altra cultura o un altro incontro avrebbero potuto produrre un diverso vocabolario ultimo. L'ironista cerca alternative in altri autori e considera l'identità personale un'opera di ridescrizione sempre in corso.
Le letture che Rorty dedica a Proust, Nietzsche, Heidegger e Derrida esplorano diverse forme di questo progetto privato. Questi autori non vengono presentati come un'unica scuola unita da una dottrina condivisa. Mostrano invece intellettuali intenti a sottrarsi alle descrizioni ereditate e a creare voci irripetibili. L'ampiezza letteraria e filosofica è uno dei grandi piaceri del libro, ma può anche disorientare. Chi vi si accosta in cerca di una difesa lineare della democrazia liberale trascorrerà molto tempo con figure il cui rapporto con la politica concreta è indiretto.
Tale carattere indiretto è deliberato. Rorty separa la ricerca privata dell'autocreazione dal compito pubblico di rendere le istituzioni meno crudeli. Non pretende che ogni poesia, esperimento filosofico o reinvenzione personale produca un programma civico. È una difesa convincente del pluralismo: ciascuno può perseguire forme esigenti e idiosincratiche di realizzazione personale senza sostenere che tutti gli altri debbano adottarle.
Eppure la separazione non può restare netta. Le descrizioni private plasmano la sensibilità pubblica, mentre le istituzioni pubbliche stabiliscono quali esperimenti di autocreazione siano protetti o limitati. L'ironista colto può essere consapevole della contingenza della propria identità e, insieme, restare cieco alle condizioni materiali che concedono ad alcuni molto più spazio per reinventarsi rispetto ad altri. La distinzione di Rorty è preziosa come monito contro la trasformazione di ogni aspirazione privata in un'esigenza politica universale, ma è meno convincente come confine rigido tra due ambiti della vita.
La solidarietà comincia dall'attenzione alla crudeltà
La terza parte si sposta dall'autocreazione alla crudeltà, passando attraverso le letture di Nabokov e Orwell prima di concludersi con la solidarietà. Qui il metodo letterario del libro diventa moralmente concreto. Rorty sostiene che romanzi, giornalismo, etnografia e altre narrazioni dettagliate possano rivelare forme di sofferenza che una teoria morale astratta lascia invisibili. La solidarietà cresce quando, grazie alle descrizioni, persone prima lontane diventano riconoscibili come membri di un “noi” condiviso. Essa nasce da abitudini di attenzione, non viene scoperta come un fatto metafisico.
È facile ridurre questa tesi allo slogan secondo cui le storie rendono le persone più buone. La sfida effettiva di Rorty è più incisiva. Le descrizioni possono smascherare la crudeltà, ma anche normalizzarla o nasconderla; il loro valore morale dipende da ciò che insegnano ai lettori a notare. Le discussioni su Nabokov e Orwell si concentrano sull'umiliazione e sul pericolo che gli intellettuali restino assorbiti nei propri vocabolari privati. Uno scrittore capace di vedere con straordinaria lucidità una forma di sofferenza può trascurarne un'altra. L'attenzione morale è quindi una pratica incompiuta, non una patente conferita dalla sensibilità artistica.
Il ricorso alla letteratura conferisce al liberalismo di Rorty profondità emotiva e percettiva. Spiega perché alla solidarietà non bastino le regole: le persone devono acquisire la capacità di riconoscere il dolore altrui come moralmente rilevante. Rivela però anche un limite. Una maggiore empatia non equivale a un progetto di istituzioni eque, e un'attenzione intensa può essere selettiva o temporanea. Rorty offre più facilmente una politica culturale di ampliamento morale che una teoria del diritto, della distribuzione o del potere organizzato.
Questa enfasi rende il libro una lettura importante nella sezione storia e idee. Il testo mette in scena un dibattito del tardo Novecento su ciò che resta della politica dell'Illuminismo una volta respinti i fondamenti universali. La proposta non è né cinismo né semplice relativismo. È una lealtà liberale storicamente consapevole, che cerca di ampliare la propria cerchia pur riconoscendo che nessuna garanzia filosofica ne assicura il successo.
Ciò che la sintesi di Rorty riesce a fare meglio
Il punto di forza principale del libro è la sua architettura. Contingenza, ironia e solidarietà non sono tre concetti attraenti collocati l'uno accanto all'altro: ciascuno complica gli altri. La contingenza impedisce all'impegno liberale di irrigidirsi in una certezza moralistica. L'ironia tutela lo spazio della sperimentazione privata e ricorda che le descrizioni predilette da ciascuno non sono inevitabili. La solidarietà impedisce all'ironia di trasformarsi in un elegante ritrarsi dalla sofferenza altrui.
Rorty attraversa inoltre confini che la specializzazione accademica spesso mantiene separati. Le riflessioni sul linguaggio conducono a domande sull'identità; la critica letteraria diventa una verifica della percezione morale; la speranza politica viene esaminata attraverso le abitudini descrittive. I passaggi sono talvolta bruschi, ma mettono in atto la convinzione fondamentale del libro: la filosofia è una voce all'interno della cultura, non un tribunale che la sovrasta.
Un altro pregio è il rifiuto di fingere che respingere i fondamenti conduca automaticamente al nichilismo. Rorty distingue tra riconoscere che un impegno ha una storia e abbandonarlo. Una persona può capire che le istituzioni liberali sono fragili conquiste umane e attribuire loro maggiore, non minore, valore proprio perché sono vulnerabili. Questa è forse l'intuizione più duratura del libro. La contingenza non deve necessariamente indebolire la responsabilità; può renderla più urgente, perché nulla al di fuori della pratica umana garantisce l'esito.
Anche la prosa mette in pratica la ridescrizione che raccomanda. Rorty raramente si accontenta di sconfiggere un avversario sul terreno consueto. Ridefinisce quali domande meritino di essere considerate interessanti. Nei momenti migliori, questo metodo fa avanzare il pensiero anziché offrire un elenco di conclusioni. Anche i lettori che non accettano il punto d'arrivo potrebbero scoprire che la mappa del problema è cambiata.
I punti in cui l'argomentazione resta esposta
La riserva più netta riguarda la giustificazione. Rorty vuole un impegno liberale privo di fondamenti metafisici, ma la sua sensibilità umana, che lo porta a privilegiare la riduzione della crudeltà, può sembrare un fondamento non dichiarato. Può rispondere che i liberali cercano di persuadersi a vicenda e di ampliare la solidarietà, anziché dimostrare i propri valori a ogni possibile interlocutore. Questa risposta è coerente come descrizione della pratica politica, ma può apparire insufficiente quando si affrontano persone che respingono l'obiettivo liberale o quando occorre dirimere i conflitti interni alle società liberali.
La distinzione pubblico-privato crea un secondo problema. Protegge l'autocreazione dalla pretesa che debba avere un'immediata utilità civica, ma rischia di sottovalutare il modo in cui il potere circola nella cultura, nell'istruzione, nella famiglia, nel lavoro e nel prestigio artistico. Un vocabolario che si presume privato può rafforzare l'esclusione pubblica. Viceversa, i movimenti pubblici dipendono spesso da ridescrizioni immaginative nate dall'esperienza personale. Per questo gli studiosi hanno messo in dubbio che il confine possa sostenere il peso attribuitogli da Rorty.
Il metodo del libro pone anche una difficoltà autoriflessiva. Rorty critica la teoria mentre formula tesi generali sul linguaggio, sulla comunità e sul ruolo culturale appropriato della filosofia. Non è necessario considerare questa tensione una contraddizione fatale: può essere vista come un'instabilità feconda. Rorty cerca di dissuadere i lettori da un certo modo di fare teoria ricorrendo alla teoria quel tanto che basta per rendere visibile l'alternativa. Resta il fatto che l'arguzia e l'ampiezza della sua esposizione non devono nascondere quanto quelle tesi rimangano controverse.
Infine, il canone letterario è ristretto secondo i criteri contemporanei. Gli autori principali illuminano l'argomentazione, ma un progetto volto ad ampliare il “noi” morale suscita domande su quali vite e tradizioni ricevano attenzione interpretativa. Ciò non cancella il risultato del libro; indica un punto evidente in cui il suo stesso metodo richiede un'ulteriore ridescrizione.
A chi è rivolto e come leggerlo
Il libro è indicato soprattutto per chi si interessa al pragmatismo, alla psicologia morale, al pensiero politico liberale o al ruolo della letteratura nella vita pubblica. La conoscenza della filosofia moderna aiuta, ma l'argomentazione generale resta accessibile se si accetta che alcune discussioni dedicate a singoli pensatori richiedano pazienza. Alla prima lettura conviene seguire il movimento in tre parti, anziché cercare di padroneggiare ogni nome: il linguaggio e l'identità personale sono contingenti; l'ironia privata rende possibile la ridescrizione; la solidarietà pubblica dipende dal riconoscimento della crudeltà.
Chi cerca un'introduzione neutrale a Rorty potrebbe preferire una breve panoramica sul pragmatismo. Questo libro è un intervento, non un manuale. Chiede ai lettori di abitare un vocabolario e di giudicare che cosa renda possibile. È proprio questo a renderlo stimolante, ma significa anche che le omissioni hanno un peso. Prendere nota del significato mutevole di “ironia”, “vocabolario” e “solidarietà” aiuterà a chiarire come l'argomentazione politica si sviluppi a partire dai primi capitoli.
Per un modello alternativo degli ideali politici, la recensione di Utopia offre un utile contrasto. La comunità immaginaria di Thomas More dà forma istituzionale alla critica sociale, mentre Rorty diffida della speranza che la teoria possa fornire un progetto definitivo. Leggere le due opere insieme mette in risalto una domanda persistente: se l'immaginazione politica funzioni meglio progettando un ordine o insegnando a una società a rivedere le proprie descrizioni e simpatie.
Verdetto finale
Contingency, Irony, and Solidarity raggiunge i risultati migliori quando tratta il liberalismo come una pratica culturale sostenuta dall'immaginazione, dalla memoria e dall'attenzione all'umiliazione. Il ritratto dell'ironista liberale resta convincente perché rifiuta due estremi rassicuranti: la certezza che i nostri valori poggino su fondamenti permanenti e la disperazione che valori storicamente contingenti non possano meritare lealtà. Il libro sostiene con serietà che le persone possono dubitare della definitività dei propri vocabolari e, al tempo stesso, agire con decisione contro la crudeltà.
Non spiega fino in fondo perché la solidarietà dovrebbe prevalere su impegni concorrenti, né fornisce i dettagli istituzionali necessari a tradurre l'ampliamento morale in una giustizia durevole. Sono limiti sostanziali, non note a piè di pagina. Eppure lo scopo del libro non è tanto chiudere il dibattito quanto reindirizzarlo. Rorty chiede quali forme di scrittura aiutino le persone a diventare meno crudeli e più capaci di vedere negli estranei altri partecipanti a una storia condivisa e incompiuta.
La domanda sopravvive alle tensioni irrisolte del libro. Letto come un tentativo di dimostrare il liberalismo, risulterà frustrante. Letto come un invito a praticare una speranza liberale capace di interrogare se stessa, resta audace, fecondo e insolitamente umano.