Recensione
Recensione Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism
Una guida critica all'ambiziosa interpretazione marxista di Fredric Jameson della cultura postmoderna, della memoria storica, del capitalismo globale, del disorientamento spaziale e della mappatura cognitiva.
- Autore
- Fredric Jameson
- Prima pubblicazione
- 1991
Vedi fonte
https://openlibrary.org/works/OL71503Wrecensione Postmodernism or The Cultural Logic of Late Capitalism: la cultura come documento storico
Una recensione Postmodernism or The Cultural Logic of Late Capitalism dovrebbe anzitutto sgombrare il campo dall'accezione più debole e corrente del suo oggetto. A Fredric Jameson non interessa principalmente definire postmoderno un edificio, un romanzo o un film perché mescola gli stili, ricorre all'ironia o diffida delle convenzioni. Vuole spiegare perché un insieme di tendenze formali sia diventato storicamente dominante e che cosa riveli la sua preminenza sull'organizzazione del capitalismo dopo la fase modernista.
Questa ambizione fa del libro qualcosa di molto più ampio di un catalogo di caratteristiche artistiche. Architettura, pittura, cinema, video, narrativa, teoria, immaginario dei consumi ed esperienza urbana diventano elementi probatori all'interno di un'unica argomentazione storica. Jameson si chiede come muti la cultura quando produzione, finanza, media, tecnologia e organizzazione multinazionale modificano la scala sulla quale opera la vita sociale. Non intende sostenere che un dato economico ordini direttamente a un artista di adottare uno stile. Sostiene invece che le forme culturali registrino un mondo i cui rapporti determinanti sono sempre più difficili da percepire nella loro interezza per il singolo individuo.
La tesi di questa recensione è che il libro di Jameson conservi la sua forza perché tratta l'esperienza estetica come un problema di orientamento. Le sue celebri diagnosi — assenza di profondità, pastiche, indebolimento della coscienza storica, trasformazione dell'affettività e forme spaziali disorientanti — cercano di dare un nome all'esperienza di chi vive in un mondo che non gli fornisce più una mappa adeguata del sistema da cui è plasmato. La mappatura cognitiva, orizzonte costruttivo del libro, chiede alla cultura di contribuire a ristabilire quel rapporto.
La stessa vastità del progetto impone la cautela principale. Una teoria pensata per collegare quasi tutto rischia di far apparire ogni differenza come una conferma. Jameson offre uno strumento straordinario per la filosofia e la psicologia, la critica culturale e l'interpretazione politica, ma le sue categorie funzionano al meglio se il lettore le considera ipotesi da verificare, non etichette che pretendano di esaurire in anticipo il giudizio su un'opera.
Una dominante culturale non è un codice stilistico universale
La mossa decisiva di Jameson consiste nel distinguere una dominante culturale da uno stile facoltativo. Se il postmodernismo fosse soltanto una scelta estetica fra le altre, i critici potrebbero approvarlo o respingerlo secondo il proprio gusto. Definendolo una dominante, Jameson descrive invece un campo che stabilisce quali forme, in una particolare situazione storica, diventino leggibili, riproducibili, prestigiose, redditizie o apparentemente naturali.
Ciò non significa necessariamente che ogni opera prodotta in quel periodo sia postmoderna nello stesso modo. Una dominante può convivere con sopravvivenze, alternative e resistenze. Il termine designa la pressione che struttura il campo, non una regola che impone risultati uniformi. La distinzione è essenziale: senza di essa, l'argomentazione si ridurrebbe all'affermazione che Jameson abbia individuato uno stile comune a ogni prodotto culturale del tardo Novecento, tesi tanto poco plausibile quanto meno interessante della teoria che sta costruendo.
L'espressione tardo capitalismo fornisce il versante economico della periodizzazione. Richiamandosi a un'interpretazione marxista associata a Ernest Mandel, Jameson respinge l'idea che la novità postmoderna segnali un superamento del capitalismo. Nuovi media, consumi, informazione e scala multinazionale non rendono irrilevante la storia economica. Sono gli indizi di una nuova fase, la cui cultura va studiata in relazione alle istituzioni e all'organizzazione produttiva che la caratterizzano.
Per questo il volume è un'opera di storia e idee non meno che di teoria letteraria. Jameson non si domanda soltanto che cosa significhino le opere postmoderne. Si chiede perché certi modi di produrre significato diventino plausibili in un determinato momento. La periodizzazione diventa così uno strumento argomentativo: trasforma innovazioni stilistiche apparentemente disperse in indizi di una totalità sociale trasformata.
Assenza di profondità e pastiche diagnosticano un rapporto deteriorato con la storia
Alcuni fra i concetti più noti del libro descrivono uno spostamento dall'interpretazione alla superficie. Il confronto proposto da Jameson tra le scarpe dipinte da Van Gogh e le immagini di calzature di Andy Warhol serve a rendere visibile questa differenza. L'opera più antica invita a ricostruire il mondo materiale che si trova dietro l'immagine; quella più recente appare come una superficie merceologica levigata, la cui intensità visiva non riconduce allo stesso modo a una vicenda umana soggiacente. È lecito dubitare che l'opposizione regga in ogni dettaglio, ma il contrasto chiarisce il metodo.
L'assenza di profondità, dunque, non è soltanto piattezza visiva. Indica l'indebolimento di quei modelli interpretativi che un tempo promettevano il passaggio dall'apparenza a una verità sottostante: dall'oggetto al lavoro, dal sintomo alla psiche, dallo stile alla situazione storica. Secondo Jameson, la cultura postmoderna può assorbire questi modelli come stili fra gli altri, neutralizzando la pretesa che uno di essi permetta di accedere a una profondità privilegiata.
Il pastiche descrive un cambiamento correlato nell'uso degli stili ereditati. Le forme storiche continuano a essere onnipresenti, ma possono circolare separate dai conflitti che in origine conferivano loro significato. Un film o un edificio può riprodurre l'aspetto di un periodo precedente e offrire ai consumatori un'immagine stilizzata del passato, anziché un incontro con la differenza storica. Jameson non contesta il prestito in quanto tale: la cultura ha sempre preso in prestito. Teme piuttosto che la storia sopravviva principalmente come deposito di superfici riconoscibili.
La diagnosi di un rapporto indebolito con la storia è una delle provocazioni più durevoli del libro. Non va però scambiata per la prova che il pubblico sia incapace di comprendere la storia o che ogni riuso di una forma antica sia politicamente vuoto. Uno stile può circolare sul mercato e acquisire comunque una nuova forza critica in un contesto specifico. Le categorie di Jameson individuano una spinta verso la destoricizzazione; spetta a un'analisi puntuale stabilire che cosa faccia una particolare opera sotto quella pressione.
L'architettura rende fisicamente leggibile il disorientamento sistemico
L'architettura consente a Jameson di tradurre in esperienza corporea un'analisi astratta dell'organizzazione globale. La sua discussione del Bonaventure Hotel si concentra su uno spazio nel quale percorsi, superfici riflettenti, ingressi e organizzazione interna frustrano le consuete abitudini di orientamento. L'edificio diventa l'emblema di un mondo in cui le facoltà percettive umane non hanno ancora imparato a orientarsi.
Non si tratta soltanto di lamentare che un grande albergo sia difficile da attraversare. L'esempio collega lo smarrimento spaziale allo scarto fra esperienza individuale e conoscenza del sistema. Una persona occupa una posizione e percorre una traiettoria alla volta, mentre le strutture economiche e tecnologiche che determinano quella posizione si estendono lungo reti che nessun singolo punto di vista può abbracciare. L'iperspazio postmoderno conferisce una forma estetica a questa mancata corrispondenza.
La mappatura cognitiva è la risposta di Jameson. Non consiste nel tracciare un diagramma letterale capace di contenere ogni rapporto. Indica un progetto estetico e politico in grado di collegare l'esperienza situata a forze che eccedono la percezione immediata. Una mappa riuscita conserverebbe la verità dell'esperienza locale e, nello stesso tempo, la collocherebbe entro strutture più ampie di classe, produzione, comunicazione e potere.
Questa svolta costruttiva è importante. Senza di essa, il libro potrebbe concludersi come una versione sofisticata di una lamentazione sulla decadenza culturale: le superfici hanno sostituito la profondità, il pastiche ha soppiantato la storia e gli individui si sono smarriti. La mappatura cognitiva domanda invece quali nuove forme potrebbero rendere pensabile e praticabile un mondo complesso, senza fingere di poter ripristinare uno spazio sociale passato e più semplice. La risposta resta programmatica, ma la domanda conferisce al libro uno slancio verso il futuro.
La straordinaria ampiezza del campo d'indagine è la fonte dell'entusiasmo suscitato dal libro
Il corpus di Jameson attraversa confini che le istituzioni spesso difendono. Il cinema commerciale può stare accanto alla pittura canonica; la progettazione alberghiera può chiarire problemi narrativi; il video può mettere alla prova interpretazioni filosofiche della temporalità; il linguaggio del mercato può entrare nella stessa analisi della forma letteraria. Il passaggio continuo tra cultura alta e cultura popolare non è eclettismo ornamentale. Dimostra la tesi secondo cui la produzione culturale si è estesa a tutta la vita sociale.
Questa ampiezza ricompensa i lettori disposti a seguire argomentazioni che oltrepassano la loro disciplina di provenienza. Chi studia cinema può scoprire perché l'architettura sia rilevante per l'esperienza dello spettatore. Un critico letterario può vedere in che modo la forma narrativa partecipi alla periodizzazione economica. Un teorico della politica può incontrare dettagli di colore, spazio, genere e mezzo espressivo che resistono a un riassunto puramente concettuale. Nei momenti migliori del libro, il confronto produce conoscenza invece di limitarsi a esibire erudizione.
Il metodo evita inoltre una rozza riduzione in termini di base e sovrastruttura. Jameson non sostiene di norma che un cambiamento economico produca un unico effetto culturale automatico. Cerca mediazioni formali: i modi in cui un sistema riorganizza percezione, aspettative, memoria e generi disponibili. Le opere culturali non sono né capolavori autonomi né specchi passivi. Sono tentativi attivi di risolvere contraddizioni che possono eccedere la loro stessa consapevolezza.
I lettori interessati a una diversa diagnosi marxista della società tecnologicamente avanzata possono confrontare One-Dimensional Man. Herbert Marcuse sottolinea l'integrazione dell'opposizione nella cultura industriale dell'abbondanza; Jameson studia un campo estetico successivo, nel quale l'incorporazione, la pluralità stilistica e la differenza apparente possono diventare esse stesse caratteristiche sistemiche.
La totalizzazione è anche il punto in cui l'argomentazione entra in tensione
La critica più forte non consiste nel rimproverare a Jameson di pensare troppo in grande. La teoria culturale ha bisogno di modelli abbastanza ampi da collegare i prodotti culturali alle istituzioni e alla storia. La difficoltà consiste nello stabilire quando un ampio schema spieghi un oggetto particolare e quando, invece, l'oggetto sia stato scelto o semplificato per salvaguardare lo schema.
La recensione accademica di Wes Cecil rende concreta questa obiezione contestando il modo in cui Jameson tratta le scarpe di Van Gogh e impiega Derrida, Lacan e Althusser. Cecil sostiene che il sistema fatichi ad accogliere l'eterogeneità: lo sviluppo storico diseguale, i prodotti culturali ambigui e i concetti teorici non formano le corrispondenze ordinate richieste dal quadro complessivo. Anche se non tutti i dettagli della critica risultano convincenti, essa individua un rischio metodologico reale. La totalizzazione può rivelare rapporti invisibili a livello locale, ma può anche trattare la resistenza locale come semplice rumore.
Il concetto di dominante risponde in parte all'obiezione, perché il predominio non implica logicamente un'omogeneità totale. Ciononostante, il libro passa talvolta dall'esempio all'epoca con una rapidità superiore a quella che un lettore prudente è disposto ad accettare. Il suo baricentro geografico e culturale è inoltre visibilmente spostato verso oggetti statunitensi e occidentali, anche quando il sistema descritto pretende di essere multinazionale. Lo scarto tra il corpus esaminato e la portata globale della tesi dovrebbe restare aperto, anziché venire colmato dal vocabolario della teoria.
Il tempo impone un altro limite. Il libro raccoglie un'argomentazione divenuta importante negli anni Ottanta e riunita in volume tra il 1990 e il 1991. Le infrastrutture mediali, le formazioni politiche e gli assetti economici successivi richiedono prove proprie. Il metodo di Jameson può aiutare a formulare domande su di essi, ma il libro non può valere come insieme di dati sulle condizioni attuali. La sua perdurante rilevanza va dimostrata mediante nuove analisi, non presunta perché alcune descrizioni sembrano ancora riconoscibili.
Lettori ideali e un metodo pratico per affrontare la densità
Questo non è il miglior primo approccio al significato ordinario del termine postmodernismo. Jameson presuppone la conoscenza della periodizzazione marxista, dello strutturalismo, della psicoanalisi, dell'estetica modernista e dei dibattiti fra i teorici del Novecento. Le sue frasi spesso tengono sospesi un'obiezione, una precisazione, un rovesciamento e una nuova tesi prima di giungere alla conclusione. Chi cerca una definizione concisa può percepire il metodo stesso come l'ostacolo.
La densità diventa gestibile se il libro viene letto come una sequenza di problemi, non come un glossario. Conviene partire da tre domande: quale cambiamento storico propone Jameson? Quale caratteristica formale dovrebbe registrarlo? Che cosa potrebbe riparare o rendere possibile la mappatura cognitiva? Tenere in vista queste domande impedisce che i riferimenti meno familiari trasformino ogni pagina in un progetto di ricerca separato.
È utile anche distinguere diversi livelli di accordo. Un lettore può accettare che cultura ed economia politica debbano essere studiate insieme, ma respingere una specifica lettura di Warhol. Può trovare illuminante la crisi della coscienza storica e dubitare al tempo stesso che il pastiche descriva il romanzo scelto come esempio. Un confronto critico non impone di accogliere o rifiutare in blocco l'intero sistema.
Per un'analisi marxista affine della filosofia e dell'ideologia, Pour Marx offre un diverso percorso attraverso la causalità strutturale e la pratica teorica. Per un'argomentazione molto precedente sulla cultura come critica sociale, Culture and Anarchy chiarisce quanto radicalmente Jameson cambi scala: la cultura non è più una correzione privilegiata posta al di sopra della società, ma un campo già organizzato all'interno della storia capitalistica.
Alternative e verdetto finale
Scegli One-Dimensional Man se gli interessi principali sono la razionalità tecnologica, l'integrazione attraverso i consumi e il contenimento dell'opposizione. Scegli Pour Marx per l'apparato concettuale della teoria marxista e la sua rottura con le letture umanistiche. Scegli Culture and Anarchy per esaminare un ideale più antico di cultura, la cui autorità sociale viene messa sotto pressione dall'interpretazione storica di Jameson.
Scegli Jameson se la domanda centrale riguarda il modo in cui architettura, immagini, narrazione, memoria ed economia politica possano essere lette insieme. Nessuna alternativa dell'elenco eguaglia la sua combinazione di dettaglio estetico e ambizione sistemica. Il libro è prezioso soprattutto non come parola definitiva sul postmodernismo, ma come dimostrazione dei rischi che la critica accetta quando rifiuta di scegliere fra forma e storia.
Il verdetto finale è decisamente positivo, pur con riserve sostanziali. Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism offre ai lettori un vocabolario per collegare superficie, stile, spazio, memoria e capitale. La sua riflessione sull'orientamento spiega perché l'analisi estetica possa avere un'autentica portata politica senza ridurre l'arte a propaganda o a illustrazione dell'economia. La mappatura cognitiva orienta la diagnosi verso il problema dell'intelligibilità collettiva.
Ma la mappa non va mai confusa con il territorio. Le categorie di Jameson possono portare alla luce determinati schemi proprio perché semplificano, e ogni semplificazione crea punti ciechi. La risposta disciplinata non consiste né nell'abbandonare il progetto totalizzante né nel costringere ogni prodotto culturale entro le sue coordinate. I lettori dovrebbero usare il libro per ampliare la scala delle proprie domande e poi tornare alle singole opere, ai luoghi e alle storie particolari, così da verificare dove la teoria illumini, dove deformi e dove serva una mappa diversa.