Recensione

Recensione di First as Tragedy, Then as Farce

Una critica breve e combattiva al liberalismo dell'epoca delle crisi, che rende visibile l'ideologia ma lascia troppo compresse alcune tesi storiche.

Autore
Slavoj Žižek
Prima pubblicazione
2009
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Recensione di First as Tragedy, Then as Farce: quando la crisi svela le regole

Una recensione di First as Tragedy, Then as Farce deve prendere sul serio il ritmo serrato del libro. Slavoj Žižek non propone una paziente storia economica dell'inizio del XXI secolo. Usa due shock emblematici — gli attentati dell'11 settembre 2001 e la crisi finanziaria del 2008 — per sostenere che l'ordine liberale ha subito due fallimenti collegati. Il primo ne ha incrinato la promessa politica di sicurezza e di stabile progresso storico; il secondo, la fiducia nei mercati capaci di correggersi da soli. Il titolo del libro trasforma questa ripetizione in un metodo: ciò che ritorna in forma mutata può svelare i presupposti che il linguaggio politico ordinario tiene nascosti.

Il merito principale non è una previsione né una teoria compiuta della crisi. È l'insistenza sul fatto che le emergenze rivelano le priorità. I governi sono stati in grado di trattare la stabilizzazione finanziaria come un compito collettivo urgente, mentre povertà e pericolo ambientale venivano da tempo definiti urgenti senza produrre un'azione di portata analoga. Žižek usa questa disparità per formulare una domanda scomoda: quali limiti sono davvero materiali e quali vengono mantenuti dall'ideologia? È una tesi più affilata della consueta accusa d'ipocrisia rivolta ai leader. Il suo bersaglio è la concezione di fondo di ciò che una politica responsabile può o non può immaginare.

La tesi di questa recensione è che il libro dia il meglio di sé come provocazione diagnostica. Insegna a riconoscere come un sistema presenti la propria conservazione come una necessità, relegando le alternative nel regno della fantasia. Ma la sua elettrizzante concisione è anche il suo limite principale. Žižek passa spesso da un esempio rivelatore a un'ampia conclusione storica prima che un autore più prudente abbia finito di definire i termini. Ne risulta una lettura intellettualmente stimolante, spesso illuminante, che non può mai sostituire ricostruzioni più complete degli eventi interpretati.

L'ideologia come senso comune pratico

La parola ideologia può far pensare a un insieme di convinzioni dichiarate, ma Žižek si interessa a qualcosa di più radicato. L'ideologia si manifesta come senso comune pratico: il confine taciuto tra una proposta giudicata realistica e una scartata prima ancora che inizi la discussione. In questo senso, una crisi ha valore analitico perché sposta quel confine. Politiche descritte come impossibili in condizioni normali possono diventare improvvisamente inevitabili quando sono minacciate grandi istituzioni.

I passaggi più riusciti di Žižek seguono le conseguenze di questo spostamento. Se il potere pubblico può intervenire in modo massiccio per stabilizzare i mercati, diventa più difficile sostenere la vecchia tesi secondo cui la politica debba semplicemente piegarsi alla necessità economica. L'intervento non dimostra automaticamente che qualsiasi programma alternativo funzionerebbe. Mostra però che il mercato non è mai stato un ambito autosufficiente, esterno alla decisione politica. Le regole possono essere sospese, le perdite distribuite e le istituzioni protette. La domanda decisiva diventa chi tragga vantaggio da queste scelte e quali valori determinino l'urgenza.

Questo argomento colloca naturalmente il libro nella categoria filosofia e psicologia, perché studia non solo le istituzioni, ma anche le abitudini mentali che le fanno apparire inevitabili. Appartiene inoltre a storia e idee: gli eventi contano perché vengono interpretati attraverso narrazioni ereditate sul progresso, la libertà, la responsabilità e la presunta fine del conflitto ideologico.

Il metodo è efficace perché non permette al lettore di porsi troppo comodamente al di fuori dell'ideologia. Il consumo etico, la sollecitudine caritatevole e il sentimento liberale di tolleranza possono tutti sembrare forme di opposizione, pur lasciando intatta l'organizzazione di fondo del potere economico. Su questo punto la critica di Žižek è volutamente abrasiva. L'autore si chiede se le azioni moralmente rassicuranti cambino le condizioni che producono sofferenza o si limitino a consentire a chi le compie di immaginare che il consumo stesso sia diventato una forma sufficiente di politica.

Forza e pericolo dell'argomentazione compressa

La brevità del libro gli conferisce uno slancio inconsueto. Nel giro di poche pagine Žižek riesce a collegare retorica pubblica, salvataggio finanziario, cultura popolare, filosofia e storia rivoluzionaria. Questi accostamenti non hanno una funzione ornamentale. Danno forma alla tesi secondo cui l'ideologia attraversa il confine artificiale tra istituzioni serie e fantasia quotidiana. Una politica bancaria e una storia nota al grande pubblico possono svolgere funzioni analoghe se entrambe organizzano ciò che le persone percepiscono come naturale, minaccioso o possibile.

Nei momenti migliori, questa mobilità rende leggibili le astrazioni. Il libro non tratta il liberalismo soltanto come una dottrina conservata nei manuali. Lo esamina come un repertorio di riflessi: il sospetto verso i progetti collettivi, la fiducia nei mercati, la preoccupazione morale separata dal cambiamento strutturale e l'assunto che le scelte disponibili esauriscano l'orizzonte politico. I lettori che trovano troppo statica la teoria convenzionale potrebbero apprezzare questa capacità di mostrare le idee all'opera, nello stesso momento, su piani diversi.

Il prezzo è un rigore probatorio discontinuo. Un'analogia vivida può aprire un'indagine, ma non può concluderla. A volte gli esempi sembrano scelti perché si adattano allo schema già delineato. Gli attori storici, le differenze istituzionali e le cause concorrenti ricevono meno spazio della conclusione concettuale, formulata per colpire. Il lettore dovrebbe quindi evitare di considerare ogni passaggio una concatenazione dimostrata. È meglio affrontare il testo come una serie di ipotesi da verificare che come una ricostruzione empirica ormai assodata.

Questa tensione diventa più chiara nel confronto con Postmodernism, or, The Cultural Logic of Late Capitalism. L'imponente architettura teorica di Fredric Jameson può annullare le differenze per effetto della sua vastità; Žižek rischia un effetto analogo a causa della velocità. Entrambi sono efficaci quando rendono visibili in un'unica cornice fenomeni culturali ed economici apparentemente distinti. Entrambi richiedono al lettore di chiedersi se la cornice stia scoprendo relazioni oppure trasformando ogni esempio in una conferma.

Il contributo dell'ipotesi comunista

Il successivo passaggio all'«ipotesi comunista» è la svolta più impegnativa del libro. Žižek non usa il comunismo soltanto come nostalgia per un precedente sistema statale, né presenta un progetto amministrativo già pronto. Usa il termine per mantenere aperta una domanda che il liberalismo trionfante preferirebbe chiudere: è possibile affrontare i problemi comuni attraverso forme di azione politica collettiva che non accettino l'accumulazione privata e il coordinamento del mercato come limiti ultimi della ragione sociale?

Questo intervento è importante perché, in sua assenza, il libro resterebbe una brillante lamentela. Indicando un orizzonte oltre il capitalismo liberale, Žižek ribadisce che la critica deve riaprire lo spazio della possibilità politica. La forza di questa mossa è negativa, ma reale. Respinge l'idea che i fallimenti dei regimi comunisti storici dimostrino la necessità di abbandonare insieme ogni progetto egualitario, ogni richiesta di controllo collettivo e ogni contestazione dei rapporti di proprietà.

La cautela è altrettanto importante. Un'ipotesi non è un'istituzione. Chi cerca un'analisi dettagliata della rappresentanza, del diritto, dell'amministrazione, del dissenso, degli incentivi o delle garanzie contro la concentrazione del potere non la troverà qui. Il libro è più chiaro sulla necessità di infrangere una chiusura ideologica che sui meccanismi destinati a sostituirla. Il suo comunismo è più convincente come esigenza che la politica affronti antagonismi comuni; lo è meno quando la risolutezza retorica sembra prendere il posto della progettazione istituzionale.

Per risalire con un approccio più genealogico alla tradizione filosofica che sostiene simili argomenti, From Hegel to Marx offre un utile contrasto. La storia intellettuale di Sidney Hook rallenta il passaggio tra pensatori che Žižek considera spesso un vocabolario concettuale già disponibile. L'accostamento aiuta a distinguere due modi di leggere: l'uno ricostruisce lo sviluppo di una tradizione, l'altro mobilita quella tradizione contro un assetto politico contemporaneo.

Stile, lettori ideali e il lavoro del dissenso

Lo stile di Žižek non è un'esposizione neutrale. Provoca, spezza il discorso e cerca il ribaltamento. Una posizione morale familiare viene introdotta e poi reinterpretata come parte del problema. Un esempio apparentemente marginale diventa una lente attraverso cui osservare una grande struttura politica. Questo può offrire il piacere di vedere un argomento consolidato riorganizzarsi all'improvviso. Può anche stancare, quando ogni precisazione sembra esposta all'ennesima svolta dialettica.

Il lettore ideale, dunque, non è chi cerca una prima guida equilibrata alla crisi del 2008. Il libro presuppone interesse per la teoria marxista e tolleranza per la polemica. È adatto a chi ama seguire i salti concettuali, ma è disposto ad annotare le lacune tra l'uno e l'altro. Un gruppo di lettura potrebbe utilmente articolare la discussione in tre domande: che cosa rivela l'esempio? Quale tesi più ampia ne ricava Žižek? Quali ulteriori prove servirebbero per sostenerla?

Questa disciplina impedisce all'ammirazione e al rifiuto di diventare immagini speculari. Gli estimatori possono essere tentati di scambiare la brillantezza di un ribaltamento per una prova. Gli oppositori possono usare l'esuberanza del libro come pretesto per ignorarne le domande migliori. Nessuna delle due reazioni è adeguata. L'opera merita un dissenso che si misuri con le sue distinzioni: quali emergenze si traducono in azione, come si produce il linguaggio della necessità e se il moralismo liberale possa affrontare il potere strutturale senza mettere in discussione i propri limiti.

Chi studia la persuasione politica può inoltre confrontare il libro con Stato e rivoluzione. La polemica di Lenin cerca di condensare una dottrina in una chiarezza strategica; quella di Žižek mira a destabilizzare la fiducia del lettore nella mappa disponibile. Entrambe mostrano l'energia della prosa schierata ed entrambe spiegano perché la forza dell'argomentazione non vada confusa con la completezza.

Punti di forza che sopravvivono al momento contingente

Il libro conserva il suo valore oltre gli eventi che lo hanno motivato perché le sue domande migliori sono applicabili altrove. Chi viene salvato quando i sistemi falliscono? Quali misure vengono definite realistiche, e chi trae beneficio da questa definizione? Quando la compassione diventa un sostituto della trasformazione politica? In che modo un'apparente eccezione rivela la struttura ordinaria del potere? È possibile porre queste domande senza accettare ogni elemento della risposta di Žižek.

Il secondo punto di forza duraturo è il rifiuto di separare gli assetti economici dalle narrazioni sulla libertà e sulla responsabilità. I mercati non si presentano senza narrazioni. Vengono difesi attraverso storie di scelta, merito, rischio, efficienza e obbligo personale. Leggendole come costruzioni politiche, il libro offre un metodo per esaminare il linguaggio pubblico anziché limitarsi a reagire agli esiti delle politiche.

In terzo luogo, il libro riconosce che la critica ha bisogno di un orizzonte. Una politica capace di nominare l'ingiustizia ma incapace d'immaginare un cambiamento strutturale rischia di trasformare la testimonianza morale in un ruolo permanente. L'ipotesi comunista di Žižek può essere poco definita, ma impedisce all'analisi di concludersi nella rassegnazione. Invita il lettore a mantenere concettualmente disponibile la capacità collettiva di agire, anche quando l'esperienza storica rende impossibile ogni facile ottimismo.

Questi punti di forza spiegano perché il libro meriti di essere riletto come argomentazione e non soltanto come documento d'epoca. Il suo quadro fattuale appartiene al primo decennio del XXI secolo, ma il problema ricorrente — la trasformazione delle decisioni politiche in necessità apparenti — rimane una questione interpretativa fondamentale.

Cautele, alternative e verdetto finale

La cautela principale riguarda il modo in cui la provocazione può nascondere un'asimmetria. Žižek pretende che le tesi liberali rispondano dei propri fallimenti, ma il lessico con cui propone l'alternativa non viene sempre sottoposto allo stesso esame istituzionale. La critica alla rassicurazione morale è spesso convincente; il passaggio da quella critica a un rinnovato orizzonte comunista richiede più argomenti intermedi di quanti ne offra il libro.

Il lettore dovrebbe inoltre integrare il suo dramma concettuale con studi storici ed economici dettagliati. Il libro identifica gli schemi con cui si attribuisce significato alla crisi, non fornisce una ricostruzione causale completa della finanza, delle politiche di sicurezza o della disuguaglianza globale. Trattarlo come se lo fosse indebolirebbe, anziché rafforzare, il suo vero contributo. Il suo vero ambito è l'immaginazione politica che circonda gli eventi: ciò che veniva dichiarato possibile, necessario o impensabile.

Quanto alle alternative, si scelga Jameson se la priorità è una teoria più sistematica della cultura nel tardo capitalismo; Hook se interessa lo sviluppo filosofico dal pensiero hegeliano a Marx; Lenin se si cerca un'argomentazione rivoluzionaria concentrata sullo Stato. Žižek occupa tra loro una posizione diversa: è il critico del presente ideologico, che si muove rapidamente tra la teoria ereditata e i sintomi contemporanei.

Il verdetto finale è positivo, ma con riserve. First as Tragedy, Then as Farce è tagliente, conciso e capace di scuotere in modo fecondo. Porta alla luce i giudizi politici nascosti nelle affermazioni di necessità economica e mostra perché l'azione d'emergenza possa rivelare la vera gerarchia delle preoccupazioni di un sistema. Le analogie a volte corrono più delle prove, mentre l'alternativa rimane più un orizzonte che un progetto. Chi lo affronta come una provocazione da indagare, anziché come una mappa completa, vi troverà uno strumento impegnativo per riflettere sulla crisi, sull'ideologia e sui confini della possibilità politica.

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