Recensione

Recensione di Pouvoirs de l'horreur

Lo studio teorico del 1980 di Julia Kristeva sviluppa l'abiezione attraverso rifiuti corporei, cibo, cadaveri, tabù, religione, psicoanalisi e scritti di Louis-Ferdinand Céline.

Autore
Julia Kristeva
Prima pubblicazione
1980
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Vedi fonte https://openlibrary.org/works/OL71375W

Recensione di Pouvoirs de l'horreur: l'abiezione è una crisi dei confini

Questa recensione di Pouvoirs de l'horreur parte da una precisazione sulla forma dell'opera. Il libro di Julia Kristeva del 1980, tradotto in inglese come Powers of Horror: An Essay on Abjection, non è un romanzo costruito su scene ricche di suspense, bensì un'opera di teoria psicoanalitica e letteraria. Kristeva esamina le reazioni al cibo, ai fluidi corporei, agli scarti, ai cadaveri, al tabù, al peccato e al linguaggio per descrivere l'abietto: ciò che un soggetto espelle per costituire la propria identità, senza riuscire a collocarlo stabilmente fuori di sé.

In questa teoria, il disgusto non è semplice avversione. L'abietto minaccia il confine tra sé e altro, vita e morte, puro e impuro, ordine dotato di senso e ciò che gli resiste. Il concetto ha esercitato una notevole influenza sulla critica perché collega la reazione viscerale alla struttura simbolica. La sua ambizione è anche un punto debole: una teoria che passa dalla sensazione corporea alla religione e alla letteratura può presentare assetti propri di culture e periodi storici specifici come leggi psichiche universali.

Cibo, scarti e confini incerti del corpo

Gli esempi di Kristeva spesso cominciano molto vicino al corpo. Il cibo avariato, la pellicola che si forma sul latte, gli escrementi, il sangue e il cadavere possono provocare repulsione prima che intervenga la riflessione. Queste sostanze turbano perché attraversano le categorie. Gli scarti provengono dal corpo, ma devono essere trattati come qualcosa che non gli appartiene più. Un cadavere somiglia a una persona e al tempo stesso annuncia il venir meno del soggetto vivente.

L'argomentazione aiuta a spiegare perché l'orrore dipenda spesso da fuoriuscite, contaminazioni e trasformazioni. Kristeva, tuttavia, non propone una tassonomia degli effetti di genere. Si chiede come un soggetto parlante mantenga i propri confini e che cosa accada quando questi cedono. La risposta può assumere la forma di paura, nausea, fascino, rito o produzione artistica.

Chi legge filosofia e psicologia dovrebbe tenere presenti le premesse psicoanalitiche. Il libro non ricava le sue tesi dalla psicologia sperimentale. Le sue fonti e il suo metodo sono interpretativi e attingono a Freud, Lacan, testi religiosi e letteratura.

L'abiezione è un'esclusione che non riesce mai del tutto

Un oggetto comune sta a sé e può essere rappresentato. L'abietto è più difficile da definire stabilmente perché rimane invischiato nel soggetto che lo respinge. Non lo si può semplicemente indicare come una cosa neutra. L'atto dell'espulsione contribuisce a creare l'«io», eppure i richiami alla dipendenza, alla mortalità e alla permeabilità del corpo continuano a riaffiorare.

Questa dinamica conferisce al concetto una valenza politica. Anche le comunità si definiscono presentando persone, pratiche o materiali come contaminanti. Applicare però l'abiezione direttamente a ogni gruppo emarginato può riprodurre l'esclusione che si vorrebbe analizzare. Chi fa critica deve distinguere la descrizione di un meccanismo dalla sua approvazione e chiedersi chi abbia il potere di definire impura un'altra persona.

Il linguaggio di Kristeva può far apparire primordiale la crisi dei confini, mentre i confini sociali vengono imposti attraverso leggi, istituzioni e storia. Il concetto è più utile quando viene affiancato a queste analisi concrete, anziché adoperato al loro posto.

La religione organizza impurità e purificazione

Il libro segue l'abiezione attraverso le norme alimentari, la contaminazione, il sacrificio, la confessione e il peccato. I sistemi religiosi non si limitano a reprimere il disgusto: lo strutturano e lo inseriscono in una rete di rapporti. I divieti distinguono ciò che è permesso da ciò che è proibito, il sacro dal profano e la comunità da quanto la minaccia. Il cristianesimo sposta la sede dell'impurità sottolineando il peccato interiore e il rapporto del soggetto parlante con la colpa.

Le letture di Kristeva sono ambiziose e compresse. Possono illuminare il modo in cui il rito governa i confini corporei e morali, ma rischiano di disporre tradizioni diverse come tappe di un unico racconto psicoanalitico. I lettori dovrebbero integrare la sua analisi con studi fondati sulle comunità e sui testi specifici che interpreta.

Il valore dell'opera sta meno nell'accettare una sequenza evolutiva che nel vedere la purificazione come un lavoro di rappresentazione. Una norma o un rito rende ripetibile un confine. Rivela anche che quel confine deve essere riaffermato perché non è saldo per natura.

Il corpo materno e il dibattito femminista

Kristeva collega l'abiezione alla separazione dal corpo materno. Il soggetto in formazione deve distinguersi da un'origine vissuta come necessaria e, insieme, capace di inghiottirlo. Questa tesi ha influenzato la teoria femminista, gli studi cinematografici e le interpretazioni della mostruosità. È stata anche criticata perché assegna alla maternità un peso psichico universale e si affida alla differenza sessuale in modi che possono diventare essenzialisti.

I lettori dovrebbero evitare di tradurre direttamente «il materno» in affermazioni sulle madri reali. Kristeva opera in un registro simbolico e psicoanalitico, ma le tesi simboliche hanno conseguenze sociali. Quando i corpi delle donne rappresentano ripetutamente una permeabilità minacciosa, la teoria può rafforzare questa associazione anche mentre la analizza.

Questa tensione rende il libro un interlocutore prezioso. Il suo lessico può aiutare a capire perché gravidanza, parto, mestruazioni e figure materne vengano trasformati in elementi orrifici; da solo, però, non può fornire una politica emancipatrice per quei corpi.

Céline mette alla prova il rapporto della letteratura con il veleno

Gli ultimi capitoli dedicano ampio spazio a Louis-Ferdinand Céline, la cui forza stilistica è inseparabile da un antisemitismo virulento e dal discredito politico. Kristeva studia il modo in cui la sua scrittura mette in scena l'abiezione attraverso ritmo, frammentazione, odio e fascino. È la sezione eticamente più impegnativa del libro.

L'analisi non può ridurre l'antisemitismo a una trasgressione capace soltanto di suscitare eccitazione estetica. Il pericolo di estetizzare l'odio è particolarmente grave quando chi fa critica ammira la potenza formale. L'analisi di Kristeva è utile quando mostra come il linguaggio faccia circolare ciò che una cultura rinnega; diventa inquietante quando il veleno assume il ruolo di via privilegiata alla verità psichica.

I lettori hanno bisogno di un contesto storico per gli opuscoli antisemiti di Céline e per il fascismo europeo. La discussione proposta dal libro non va affrontata come un esercizio di stile isolato. Il percorso di storia e idee può orientare le letture correlate, ma sono necessari studi specialistici.

Stile, traduzione e difficoltà

Powers of Horror alterna definizione concettuale, descrizione del corpo, interpretazione delle Scritture e lettura letteraria ravvicinata. La sua prosa può essere lirica, associativa e deliberatamente destabilizzante. Lo stile mette in atto parte della perturbazione dei confini che descrive. Al tempo stesso, rende più difficile ricostruire l'argomentazione e può attribuire alla metafora l'autorità di una dimostrazione.

I lettori anglofoni incontrano il testo nella traduzione di Leon S. Roudiez, e i termini chiave portano con sé storie che nessun singolo equivalente può esaurire. È indispensabile leggere lentamente. I riassunti che riducono l'abiezione a «qualcosa di disgustoso» perdono il suo rapporto con la formazione del soggetto; quelli che ne fanno una chiave universale ne esagerano la portata esplicativa.

Per incontrare l'orrore corporeo in forma narrativa, Dracula offre un confronto classico, mentre Isis può aprire un percorso diverso all'interno della raccolta. Nessuno dei due dovrebbe indurre a classificare questo libro teorico come romanzo dell'orrore.

A chi si rivolge e valutazione finale

Pouvoirs de l'horreur è adatto a lettori esperti di psicoanalisi, semiotica, teoria letteraria, studi religiosi e critica culturale. Bisogna aspettarsi una terminologia densa, descrizioni di scarti corporei e cadaveri, una discussione dell'antisemitismo, tesi psicoanalitiche legate al genere e un lungo confronto con Céline. Prima della lettura, chi è agli inizi può trarre beneficio da un'introduzione affidabile a Freud, Lacan e Kristeva.

Il libro resta fecondo perché «abiezione» designa un rapporto più instabile dell'esclusione ordinaria. Ciò che viene espulso continua a definire e turbare chi lo espelle. Questa intuizione può affinare l'analisi dell'orrore, del tabù, del nazionalismo e dell'identità. Non le si dovrebbe permettere di fluttuare al di sopra della storia o di trasformare le persone emarginate in materiale teorico. Kristeva offre ai lettori un lessico potente; usarlo in modo responsabile significa anzitutto riconoscerne i confini e i costi.

Abiezione non è sinonimo di emarginazione

A volte la critica definisce «abietto» qualunque persona esclusa o immagine perturbante. Questo uso cancella la relazione più complessa descritta da Kristeva. L'abietto viene espulso, ma resta intimamente legato al soggetto e minaccia il confine attraverso il quale quest'ultimo rivendica la propria coerenza. La semplice esclusione sociale può comprendere l'abiezione, ma i due termini non sono intercambiabili.

La distinzione ha conseguenze etiche. Definire abietto un gruppo emarginato può ripetere il punto di vista dominante e trasformare persone reali in esempi di contaminazione psichica. L'analisi dovrebbe identificare chi compie l'espulsione, quale istituzione la sostenga e come le persone colpite comprendano se stesse. Il concetto viene usato nel modo più responsabile quando mette a nudo l'instabilità dell'ordine che esclude.

La teoria di Kristeva può chiarire perché il discorso nazionalista o razzista sia ossessionato dalla contaminazione. Non può sostituire la storia delle persone e delle politiche coinvolte. La profondità psicoanalitica non deve diventare una scusa per la vaghezza politica.

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